domenica 28 febbraio 2016

Comportamenti spiacevoli


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 (Porto Marghera)

Una decina di anni or sono, per motivi familiari dovetti lasciare la città di Trieste dove stabilmente risiedo, e trasferirmi, per un periodo abbastanza lungo, alla sede di Marghera, città non molto distante ma socialmente molto diversa dall’ambiente triestino. Vi erano, tra l’altro, folte comunità d’immigrati in particolare bengalesi e nord africani. Questi ultimi, davano diversi problemi alle forze di polizia, essendosi organizzati in bande operanti nell’intensissimo traffico di droga che dilagava, e dilaga ancora, su quel territorio.

In quei mesi di permanenza in quella città, avevo preso l’abitudine, ovviamente, di frequentare alcuni pubblici locali; uno, in particolare, era stabilmente frequentato da nord africani, i quali, di frequente, venivano fermati nel corso di retate compiute dalle varie forze di polizia operanti sul territorio. Essi solevano chiamare tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine, a prescindere dal corpo di appartenenza specifica, con la denominazione di “la pulia”. Con alcuni, pochi in verità, di questi nord africani, era possibile a volte scambiare qualche frase ed ottenere qualche parola di risposta. 

Una sera uno di essi entrò nel locale con evidenti tumefazioni sul volto. Avendo già in precedenza parlato con lui, chiesi: «Cosa ti è successo?». «“La pulia”» rispose lui. Nei giorni successivi, parlando con altri nord africani, e, soprattutto, con locali più in confidenza con gli stessi, potei ricostruire una situazione che, qualora fosse vera, consisteva in questo: quei nord africani, di cui alcuni non in regola con i documenti di soggiorno, erano soliti tenere sempre in tasca una piccola somma di denaro, 20-50-100 euro, in quanto, allorché erano fermati da alcuni operatori di giustizia (non da tutti in effetti, ma da alcuni sì) se non avessero avuto quelle somme da consegnare loro, sarebbero stati sottoposti a percosse a prescindere da tutto il resto. Se, invece, avevano quella somma, potevano contare su un rilascio indolore anche se privi di documenti validi di soggiorno. Qualora invece avessero detenuto delle dosi di droga, le possibilità erano queste: la verbalizzazione, che essi però tentavano assolutamente di evitare, l’abbandono della dose di droga senza sequestro e con relativo pestaggio, l’abbandono della dose e della somma di denaro senza pestaggio; in questi ultimi due casi, naturalmente, c’era il rilascio senza conseguenze giuridiche per gli stessi. 

La suddetta situazione, del resto egregiamente già rappresentata nel film americano “Serpico”, rientra, in effetti, in alcune, seppur pesanti, forme di malcostume che alcuni operatori di giustizia (non tutti certamente) pongono in essere purtroppo da sempre, in tutte le epoche ed in tutte le polizie, e la casistica storica ne dà anche ampio resoconto. 

Un giorno, però, uno dei nord africani, in particolare confidenza con uno dei locali, si lasciò andare a questa affermazione: v’era un appartenente alla Guardia di Finanza, soprannominato col nomignolo di “Ciccio”, il quale aveva fatto loro la seguente anomala proposta: erano essi disposti a vendere, per suo conto, la droga che lui avrebbe fornito loro? Non riuscii a sapere, però, se la cosa poi si realizzò o meno; debbo, però, dire che, come ex appartenente al Corpo, tra me e me ci rimasi male, nonostante fossi stato, in 28 e passa anni di servizio, testimone di esperienze abbastanza negative, tutte quelle, cioè, che negli archivi riservati del Comando Generale sono sigillate nel settore delle inchieste disciplinari e penali a carico del personale, un settore purtroppo con una certa mole di lavoro, che non viene resa nota all’opinione pubblica.

Perché scrivo ora queste cose quando ormai anche i tempi giudiziari relativi a quei fatti sono trascorsi? Appunto perché allora ci rimasi molto male e tacetti; qualcuno potrà accusarmi di dire il falso, ma tutti sanno che non sono mai stato solito a mentire, e che cose simili, purtroppo sono accadute. Potrà parere strano, ma ho sentito il dovere morale di scrivere questo dato, che ora può avere solo un generico ed innocuo significato storico.

C’è, naturalmente, anche un’altra ipotesi, e cioè che “Ciccio” volesse, così facendo, penetrare meglio, per fini di giustizia, in quel mondo di piccoli trafficanti. Auguriamoci che fosse davvero così. 


Vincenzo Cerceo
Colonnello in congedo della Guardia di Finanza

giovedì 25 febbraio 2016

I veri valori da rinnovare


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In questi giorni è apparsa sulla stampa la notizia dell’arresto di un ufficiale superiore della Guardia di Finanza accusato di aver sottratto quattro kg.di coca che secondo notizie di stampa sarebbero stati depositati nella caserma di Caserta per ragioni o finalità al momento a noi ancora sconosciute

A questo evento di per se già allarmante si è aggiunta poi un collegamento che ci porta alla morte, avvenuta anni fa, di un tenente delle Fiamme Gialle nel suo alloggio della stessa caserma per overdose da coca.

Al momento non è pervenuto alcun comunicato da parte dei vertici della G.di F. ma sono certo che prima o poi si parlerà di qualche mela marcia e la vicenda passerà così nell’oblio come tante storie delittuose di questo paese.

Più che mele marce oserei parlare di mala pianta che non dà buoni frutti .

Spesso veniamo a conoscenza di eventi così tragici da un punto di vista umano, ma allarmanti se si pensa che sono maturati in un ambiente militare e in più in un Corpo di polizia fiscale, che fra l’altro vanta successi nella lotta al fenomeno preoccupante e dilagante dell’importazione clandestina e dello smercio di sostanze stupefacenti da parte di note organizzazioni criminali che contraddistinguono il nostro paese.

Non vogliamo speculare su questi inqualificabili avvenimenti ma ci poniamo alcune domande e vorremmo una risposta su come sono state fatte le valutazioni culturali, morali e le attitudini militari che hanno conseguito questi ufficiali, principalmente sia alla fine del loro ciclo accademico e sia nel corso dei loro anni di servizio.

Le cosìddette virtù militari che contraddistinguono questo anacronistico Corpo di polizia militare sono state sempre il pilastro per giustificare le stellette come se certe virtù uniche fossero di loro esclusivo appannaggio.

La selezione di ingresso all’Accademia prevede test attitudinali e psicologici tali da avere un quadro della personalità dell’aspirante ufficiale, delle sue tendenze di qualsiasi natura e pertanto delle sue capacità a far fronte a sollecitazioni future che durante la vita di un ufficiale si presentano e che potrebbero spingerlo, se non sorretto da veri valori civici e morali, a comportamenti illeciti o quantomeno discutibili.

L’attitudine militare è tenuta in alta considerazione sopra ogni altro valore ed è un elemento di valutazione che determina in gran parte la sua futura carriera.

Siamo certi che le selezioni e le valutazioni del personale ufficiale basate su questi parametri orientati a stabilire la vera capacità di un soggetto a resistere a tentazioni o valori discutibili, ma che ormai dominano in questa società, siano determinanti per una proficua riuscita di un ufficiale?

Credo, amaramente, che nella mentalità di un ufficiale trovi posto in via prioritaria come scalare il più velocemente possibile la carriera per assicurarsi potere e privilegi.

Nel caso in esame è grave che un semplice tenente all’inizio della sua carriera debba aver fatto ricorso all’uso di sostanze stupefacenti per far fronte ad una vita fatta indubbiamente di sacrifici, di stress, mentre un periodo accademico avrebbe dovuto formarlo o quantomeno far emergere debolezze caratteriali o di altra natura tale da essere incompatibile con le sfide future che una vita militare comporta.

Che dire dei suoi superiori? E’ possibile che nessuno si sia accorto di quanto avveniva proprio tra le mura di una caserma?

In merito poi all’ufficiale superiore coinvolto in questa triste storia giudiziaria, non sappiamo ancora che uso abbia fatto di quattro kg.di coca.

Se si è appropriato di tale sostanza per uso personale la cosa è grave e si ritorna alle considerazioni di prima espresse sul tenente.

Se poi questa è stata oggetto di vendita alla malavita per ricavarne un profitto allora ci troviamo difronte ad un comportamento ancora più grave ed inqualificabile.

Un appartenente ad un Corpo di polizia che si dedica alla lotta contro gli stupefacenti non può alimentare con la sua condotta irresponsabile un traffico di morte e ricavarne un profitto.

Dove sono finiti i suoi valori morali, le sue virtù militari che gli hanno permesso di raggiungere i gradi di ufficiale superiore, una via verso i gradi di generale?

Noi vorremmo saperne di più, ma principalmente vorremmo non sentire più parlare di virtù militari, perché le alte gerarchie dovrebbero avere il pudore di non ricorrere più a retoriche affermazioni, ma dovrebbero tener conto che la società nel suo insieme ha valori più attenuati, ed i militari nel bene o nel male fanno parte di questa realtà civica, ed allora occorrono nuovi criteri di valutazione e selezione del personale, ma anche nuovi e rinnovati criteri di formazione.

La carriera deve passare in secondo piano .Occorre dare una formazione culturale adeguata ai compiti e lo studio non deve essere finalizzato alla formazione di graduatorie che poi determinano le carriere, liberandola da aspetti militari perché questi sono fallimentari.

Bisogna ritornare a valorizzare il rispetto della libertà di pensiero e delle libertà politiche e sindacali; accentuare il rispetto della cosa pubblica, il valore del servizio prestato unicamente a favore della collettività.

Basta alla vicinanza dei vertici del Corpo con i politici, con le forze economiche al solo fine di assicurarsi posti di comando o di favore. Non sono un buon esempio ed ingenerano la corsa all’emulazione alle furberie e non certo favoriscono il mantenimento di quelle virtù civili che hanno contraddistinto nel passato i fondatori di questa Italia che ora invece è alla deriva.

Il Corpo deve destinare le sue risorse alla vera lotta all’evasione fiscale, alla corruzione imperante, ai traffici illeciti di qualsiasi natura o provenienza.

Gli ufficiali destinati a compiti riservati come quelli del servizio “I” devono dare il meglio in queste lotte e non dedicarsi, come è accaduto nel passato ed accade ancora, a ricerche di forme democratiche di dissenso portate avanti da persone che aspirano ad una istituzione efficiente e sensibile, pronta a reagire democraticamente e con efficacia sindacale denunciando soggetti e fatti che ledono le finalità di una istituzione rinnovata civilmente. 


Dott.Carmine Buffone

Ex cap.O.A. in spe della G.di F.

Ex vice direttore Dogane

Ex direttore tributario II.DD:

martedì 23 febbraio 2016

Due ufficiali della GdF, uno morto per overdose e un altro arrestato per spaccio di stupefacenti. Un possibile collegamento

 (G.T.) Un tenente della Guardia di Finanza morto nel 2013 per overdose e un maggiore arrestato in questi giorni con l'accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, falso ideologico e peculato. I due casi, seguiti dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, potrebbero essere in relazione. Per saperne di più suggerisco gli articoli comparsi su due siti: Campaniasulweb (qui) e Il Mattino (qui

(Segnalazione di  Lorenzo Lorusso)

lunedì 22 febbraio 2016

Una morte evitabile: per non dimenticare

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Nel lontano 1984, nella località triestina di Villa Opicina, accadeva un fatto molto spiacevole che, purtroppo, finiva tragicamente. Nella stazione ferroviaria di quella località, i finanzieri eseguivano il controllo dei treni-merce provenienti dall’Est Europa. Tra questi treni, vi erano anche, naturalmente, vagoni cisterna, che creavano al controllo problemi specifici; era necessario infatti, salire sui vagoni stessi, per forza di cose unti e scivolosi e controllare i suggelli dei boccaporti. I militari addetti al controllo, naturalmente, non avevano alcuna attrezzatura specifica per quella attività, neppure le scarpe a suola gommata per non scivolare, ma questa non creava problemi alla gerarchia, e, del resto, la cosa era bypassabile in quanto le consegne di servizio prevedevano che tali controlli venissero effettuati esclusivamente sui binari morti, il che consentiva di fare le cose con calma e con la cautela necessaria. Qualcuno, però, a quanto pare, pensò bene di cambiare le “consegne di servizio”, per velocizzare mediante il servizio stesso i controlli suddetti, che, ripetiamo, rendevano necessario salire sul tetto della cisterna, sarebbero stati effettuati su tutti i binari, anche su quelli attivi, i quali, è noto, hanno in alto i fili della corrente elettrica ad alta tensione, per la motrice dei treni. La cosa fu rappresentata, a livello di base, ai superiori gerarchici, ma senza risultato. Accadde, dunque, quello che si temeva: un finanziere, che era salito sul vagone cisterna per effettuare il controllo, scivolò ed istintivamente, per non precipitare sui binari, si aggrappò ai fili dell’alta tensione, che erano proprio sulla sua testa, rimanendo folgorato. Dopo di allora furono presi gli opportuni provvedimenti; ai militari furono fornite attrezzature più adeguate, e quelle assurde "consegne di servizio" furono, semplicemente, fatte sparire senza lasciare traccia. Tutto finì così, e nessuno ricorda più quel militare morto in servizio per i motivi di cui sopra. Noi, però, i nostri morti non li dimentichiamo; proprio per rispetto alla propria memoria, è nato, a suo tempo, il Movimento dei Finanzieri Democratici.

Vincenzo Cerceo

martedì 16 febbraio 2016

"Vale di più la gamba di un tavolo che quella di una persona", di Lorenzo Lorusso

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(G.T.) Dal sito del giornale online "Corriere Nazionale", segnalo un articolo di Lorenzo Lorusso dal titolo: "Vale di più la gamba di un tavolo che quella di una persona" (cliccare qui).

giovedì 4 febbraio 2016

Finanzieri scomparsi a Trieste nel maggio 1945

 
 
In occasione del 10 febbraio, si porranno di nuovo in essere tutte le annuali cerimonie in località Basovizza, intorno a quella che, impropriamente chiamata foiba, è un pozzo minerario in disuso, ed ora monumento nazionale. Delle suddette cerimonie, mi interessa qui porre in rilievo quella relativa alla lapide che, apposta molti anni orsono, commemora circa 100 finanzieri che, nei primi giorni di maggio del 1945, furono arrestati dagli jugoslavi e scomparvero, essendo a detta di quella lapide, stati uccisi e gettati in quella cavità. In primo luogo, sarebbe opportuno che venisse ufficialmente dichiarato il numero esatto dei finanzieri arrestati e scomparsi in quella circostanza, dato che esso non è affatto certo e che su pubblicazioni diverse, esso appare variato, sia pure solamente di qualche unità, ma, a parte ciò, nella sua essenza l’episodio è esatto dal punto di vista storico: circa 100 finanzieri, arrestati dagli jugoslavi, furono, nei giorni successivi al primo maggio, fucilati e fatti scomparire in una cavità carsica; quello che invece non è assolutamente esatto è che il luogo della loro sepoltura improvvisata sia, appunto, la cavità di Basovizza, anzi, vi è, e non da ora, la certezza che il loro luogo di sepoltura sia non la località suddetta alle porte di Trieste, bensì altra località, oggi all’interno della Slovenia, e da Basovizza distante solo qualche diecina di chilometri, e cioè la località di Divaccia, ed esattamente l’abisso carsico di Roditti, nel territorio di quella località.
 
Fu lì che, qualche giorno dopo il loro arresto, quei finanzieri furono trasportati, fucilati ed infoibati. Il fatto è che questa notizia non è affatto scoperta recente, ma era nota fin dall’estate del 1945, sia mediante testimonianze private sia mediante notizie ufficiali fornite, ad esempio, dalla Croce Rossa internazionale, e la documentazione relativa a tutto ciò è da tempo conservata anche nell’archivio dell’associazione dei familiari delle vittime della repressione jugoslava nell’immediato dopoguerra. Rimane dunque da chiedersi perché, in occasione dell’apposizione di quella sacrosanta lapide a  ricordo dei nostri colleghi così tragicamente scomparsi, non si sia deciso di ritenere il luogo di Basovizza come luogo simbolico, ma si sia voluto affermare che di reale sepoltura si trattasse.
 
Il fatto non è di poco conto, infatti, se si dà per certo che quei corpi sono lì sepolti,  non si ha alcun motivo per potere adire le procedure internazionali relative al possibile recupero dei corpi stessi. Essendo ora la Slovenia paese a regime democratico ed europeo, la cosa dovrebbe essere possibile, ma pare che non sia così. In effetti, questa iniziativa dovrebbe essere presa a livello ufficiale a partire dal Comando generale del Corpo, ma fino ad ora non è stata mai presa. Ritenendo, negli anni passati, a titolo personale, che tale iniziativa sarebbe stata opportuna, mi premurai di fare avere alle gerarchie del corpo documentazione probante circa la realtà dell’abisso di Roditti, ma senza alcuna conseguenza. Volendo fare ancora qualcosa di più, mi permisi di scrivere in proposito, sempre a livello personale, a tutte le componenti politiche italiane allora presenti in Parlamento, ma senza avere risposta da alcuno. Lo stesso feci con alcune autorità slovene, e qui ebbi l’unica risposta, quella gentile, del sindaco pro tempore di Roditti, il quale precisava che era spiacente ma la cosa non rientrava tra i suoi poteri, essendo di competenza del governo centrale di Lubiana.
Tempo fa, alcuni finanzieri in congedo, si recarono, sempre ad iniziativa personale, a Roditti, nei pressi di quella foiba, per deporre dei fiori, ma la popolazione locale informò la polizia, la quale, prontamente intervenuta, invitò gli stessi con cortesia ma con fermezza a lasciare il posto, cosa che gli stessi fecero dopo aver accettato anche una cameratesca bevuta offerta da quei colleghi sloveni.
 
Dunque, a quanto pare, non interessa ad alcuno che i corpi di quei finanzieri vengano recuperati ed adeguatamente collocati sul territorio nazionale, magari nella stessa Basovizza,  ma si continua a celebrare in una situazione che non è corrispondente alla realtà storica. La cosa mi pare malinconica.
 
Avendomi, come già detto, dato già sufficientemente da fare su questa vicenda, ritengo, con questo scritto che comunque rimarrà in rete, di avere concluso questo mio impegno per cui non ritornerò più sull’argomento.
 
Vincenzo Cerceo
Colonnello in congedo della Guardia di Finanza